25 Novembre 2006

Trasferito

Blog e progetto sospeso per mancanza di tempo e voglia, e perchè mi sono concentrato su altri orizzonti. I miei articoli su http://mnz86.splinder.com e (NEW!) su http://skepsis.altervista.org

Buona Giornata

A.
 
30 Settembre 2006

Intervista a Evo Morales, presidente indigeno della Bolivia

Fonte: Znet

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Il presidente boliviano Evo Morales, 46 anni, parla a Der Spiegel dei piani di riforma per il suo paese, del socialismo in America latina e delle relazioni spesso tese tra le forze progressiste della regione e gli Stati Uniti.

Signor presidente, perché una parte così grande dell'America latina si sta spostando a sinistra?

L'ingiustizia, la disuguaglianza e la povertà delle masse ci impongono di cercare migliori condizioni. La popolazione indigena della Bolivia, la maggioranza nel paese, è sempre stata esclusa, oppressa politicamente e alienata culturalmente. La nostra ricchezza nazionale, le nostre materie prime, sono state saccheggiate. Gli indios un tempo erano trattati come animali. Negli anni 30 e 40 venivano irrorati di DDT quando entravano nelle città. A mia madre non fu neppure permesso di mettere piede nella capitale della propria regione, Oruro. Ora siamo nel governo e in parlamento. Per me, essere di sinistra significa combattere contro l'ingiustizia e la disuguaglianza ma, soprattutto, cercare migliore condizioni di vita per tutti.

Lei ha convocato una assemblea costituzionale per fondare una nuova repubblica. Cosa dovrebbe essere la nuova Bolivia?

Non vogliamo opprimere né escludere alcuno. La nuova repubblica dovrebbe essere basata sulla diversità, sul rispetto e sull'uguaglianza nel diritto per tutti. C'è un sacco da fare. La mortalità infantile è spaventosamente alta. Quattro dei miei sei fratelli sono morti. Nell'interno, la metà dei bambini muoiono prima di compiere un anno.

Il suo partito, socialista, il MAS, non dispone della maggioranza dei due terzi necessaria per emendare la costituzione. Pensa di negoziare con le altre fazioni politiche?

Siamo sempre aperti al dialogo. Il dialogo è la base della cultura indigena e non vogliamo farci nemici. Avversari politici e ideologici, forse, ma non nemici.

Perché ha sospeso temporaneamente la nazionalizzazione delle risorse naturali, uno dei progetti più importanti della sua amministrazione? La Bolivia manca forse delle competenze per estrarre le materie prime?

Stiamo ancora negoziando con le compagnie in questione. La mancanza di investimenti attuale non ha niente a che vedere con la nazionalizzazione. È colpa del governo di destra dell'ex presidente Tuto Quiroga, che bloccò tutti gli investimenti nella produzione di gas naturale nel 2001 perché, sosteneva, non c'era un mercato interno. Progettiamo di riprendere le estrazioni. Abbiamo firmato un accordo per la fornitura di gas con l'Argentina e cooperiamo con il Venezuela. Abbiamo firmato un contratto di estrazione mineraria con una compagnia indiana. Ciò creerà 7 mila posti di lavoro diretti e 10 mila indiretti. Abbiamo negoziato prezzi e condizioni molto migliori dei nostri predecessori.

Ma c'è il problema del Brasile. La Bolivia sta chiedendo un prezzo molto più elevato per il proprio gas, non sarà un danno per le relazioni con il presidente brasiliano, Lula da Silva?

Lula è solidale con noi, si comporta come un fratello maggiore. Ma abbiamo problemi con Petrobras, la compagnia energetica brasiliana. Le negoziazioni sono molto difficili, ma siamo ottimisti.

Petrobras ha minacciato di sospendere tutti i suoi investimenti in Bolivia.

Questa minaccia non viene dal governo brasiliano, ma da alcuni dirigenti della Petrobras. Fanno pubblicare queste minacce sulla stampa per metterci sotto pressione. Il Brasile è una grande potenza, ma deve trattarci con rispetto. Il compagno Lula mi ha detto che ci sarà un nuovo accordo e che vuole importare più gas.

La Bolivia non vende gas naturale al Cile perché i Cileni sottrassero l'accesso al mare alla Bolivia in una guerra di oltre 120 anni fa. Ora in Cile c'è un governo socialista, gli fornirete gas?

Vogliamo superare il nostro problema storico con il Cile. Il mare ci ha diviso e il mare deve riunirci. Il Cile ha accettato, per la prima volta, di discutere dell'accesso al mare per la Bolivia. È un grandissimo passo in avanti. Il presidente cileno presenziò al mio insediamento, ed io a quello di Michelle Bachelet (presidentessa cilena) a Santiago. Ci complementiamo. Il Cile ha bisogno delle nostre risorse naturali e noi dell'accesso al mare. In queste condizioni deve essere possibile trovare una soluzione nell'interesse di entrambi i paesi.

Quale influenza ha avuto il presidente del Venezuela, Hugo Chávez, sulla nazionalizzazione delle risorse naturali della Bolivia?

Nessuna. Né Cuba né il Venezuela hanno avuto un ruolo, ho gestito la nazionalizzazione da solo. Solo sette dei miei più stretti collaboratori sapevano del decreto e della data. Benché avessi incontrato Chávez o Fidel Castro alcuni giorni prima, non parlammo della nazionalizzazione. Avevo già firmato il decreto prima di partire per Cuba e il vice presidente lo consegnò al gabinetto. Quando Fidel mi chiese dello stato del progetto, gli dissi che avevamo deciso di annunciare la nazionalizzazione nei giorni successivi, ma non gli dissi la data ufficiale. Fidel mi consigliò di attendere fino all'assemblea costituente. Chávez non ne sapeva nulla.

Chávez vuole instaurare un socialismo del XXI sec. in Venezuela. Il suo consigliere politico, Heinz Dieterich, un tedesco, ha fatto recentemente visita alla Bolivia. Vuole introdurre il socialismo in Bolivia?

Se socialismo significa che tutti vivono bene, che esiste l'uguaglianza e la giustizia, e non avere problemi sociali ed economici, allora gli do il mio benvenuto.

Lei ammira Fidel Castro come "nonno di tutti i rivoluzionari latinoamericani". Cosa ha appreso da lui?

La solidarietà, soprattutto. Fidel ci aiuta molto. Ha donato sette cliniche oculistiche e venti ospedali generici. I dottori cubani hanno già eseguito 30 mila operazioni di cataratta gratuitamente per i Boliviani. Cinquemila boliviani di estrazione povera stanno studiando gratuitamente medicina a Cuba.

Ma i dottori cubani protestano per l'interferenza di Castro. Dicono che li priva dei mezzi di sussistenza.

Lo stato boliviano non paga alcun salario ai medici cubani, perciò non sottraggono nulla ai Boliviani.

Sa come sta Castro?

Sì, ho parlato con lui oggi. Si sente meglio da un paio di giorni, e mi ha detto che starà abbastanza bene da partecipare al summit delle nazioni non allineati a La Havana a Settembre.

Terrà un discorso?

Senz'altro, è una occasione che non mancherà.

Gli Americani sono preoccupati per l'influenza che Chávez sta acquistando. La Bolivia non si sta rendendo dipendente dal Venezuela?

Ciò che ci unisce con Chávez è il concetto dell'integrazione del Sud America. Esiste un antico sogno di una grande patria, un sogno che esisteva anche prima della conquista spagnola, e Simón Bolivar ha combattuto in suo nome. Vogliamo un Sud America modellato sull'Unione europea, con una moneta unica come l'Euro, che valga più del dollaro. Il petrolio di Chávez non è importante per la Bolivia, perché otteniamo solo il gasolio a condizioni di favore. Ma non siamo dipendenti dal Venezuela, ci completiamo a vicenda. Il Venezuela condivide la propria ricchezza con altri paesi, ma ciò non ci rende subordinati.

La sinistra latinoamericana si sta dividendo in una corrente moderata, socialdemocratica, guidata da Lula e Bachelet, e un movimento radicale, populista, rappresentato da Castro, Chávez e da lei. Chávez non sta dividendo il continente?

Vi sono socialdemocratici ed altri che vanno nella direzione dell'uguaglianza, che si chiamino socialisti o comunisti. Ma, almeno in America latina, non abbiamo più presidenti razzisti o fascisti come avveniva in passato. Il capitalismo ha soltanto danneggiato l'America latina.

Lei il primo presidente indigeno nella storia boliviana. Quale ruolo giocherà la cultura indigena nel suo governo?

Dobbiamo combinare la coscienza sociale con la competenza professionale. Nella mia amministrazione, gli intellettuali della classe superiore possono essere ministri o ambasciatori, come possono essere membri dei gruppi etnici indigeni.

Crede che i popoli indigeni abbiano sviluppato un modello sociale migliore di quello delle democrazie bianche occidentali?

Nel passato, la proprietà privata non esisteva. Tutto era proprietà comune. Nella comunità indigena in cui sono nato tutto apparteneva alla comunità. Questo stile di vita è più equo. Noi indigeni siamo la riserva morale dell'America. Agiamo in accordo alla legge universale che consiste in tre principi basici: non rubare, non mentire e non essere ignavo. Questa trilogia servirà anche come base della nostra nuova costituzione.

È vero che tutti i dipendenti del governo dovranno apprendere i linguaggi indigeni quechua, aymara e guaranì in futuro?

I funzionari pubblici delle città dovranno apprendere la lingua della regione. Se parliamo già spagnolo, in Bolivia, dovremmo parlare anche i nostri linguaggi.

Ora che lei è al potere, i bianchi trattano meglio gli indigeni?

La situazione è migliorata moltissimo. La classe media, gli intellettuali e i lavoratori indipendenti sono ora orgogliosi delle loro radici indigene. Sfortunatamente, alcuni gruppi oligarchici continuano a trattarci come esseri inferiori.

Alcuni critici sostengono che ora gli indigeni sono razzisti verso i bianchi.

Ciò è parte di una guerra sporca che i media stanno combattendo contro di noi. Uomini d'affari ricchi e razzisti controllano gran parte dei media.

La Chiesa cattolica la ha accusato di voler riformare l'istruzione religiosa. Ci sarà libertà di culto in Bolivia?

Sono cattolico. La libertà di credo religioso non è in questione, ma quando si tratta di fede sono contrario ai monopoli.

Alcuni grandi possidenti hanno minacciato di condurre una resistenza violenta alla progettata riforma agraria. Quali terreni volete confiscare?

Esproprieremo i grandi possedimenti di terra che non sono coltivati. Ma vogliamo una riforma agraria democratica e pacifica. La riforma agraria del 1952 portò alla creazione di molti piccoli appezzamenti improduttivi sugli altopiani delle Ande.

La Bolivia è divisa nelle province ricche ad Est e nelle povere regioni andine. Vi è un forte movimento autonomista nell'Est. Il paese rischia la rottura?

Questo è quello che vogliono alcuni gruppi fascisti e oligarchici, ma hanno perso al voto sull'assemblea costituzionale.

La Bolivia è un importante produttore di droghe. I suoi predecessori hanno fatto distruggere le piantagioni di cosa. Farà lo stesso?

Dal nostro punto di vista la coca non dovrebbe essere né distrutta né interamente legalizzata. Le coltivazioni dovrebbero essere controllate dallo stato e dai sindacati contadini. Abbiamo lanciato una campagna internazionale per legalizzare la foglia di coca, e vogliamo che le Nazioni unite rimuovano la coca dalla lista delle sostanze tossiche. Gli scienziati hanno dimostrato da molto tempo che le foglie di coca non sono tossiche. Abbiamo deciso per una riduzione volontaria dell'estensione delle piantagioni.

Ma gli Stati Uniti sostengono che gran parte dei raccolti di coca finiscono sul mercato della cocaina.

Gli Americani dicono di tutto. Ci accusano di non soddisfare le condizioni per i loro aiuti allo sviluppo. I miei predecessori pro-capitalisti appoggiavano il massacro dei coltivatori di coca. Più di ottocento contadini sono morti nelle guerra alla droga. Gli Stati Uniti stanno usando la scusa della guerra alla droga per estendere il loro controllo sull'America latina.

La DEA americana ha agenti stazionati in Bolivia come consiglieri della polizia e dell'esercito nella loro lotta al commercio di droghe. Li rispedirà a casa, ora?

Sono sempre lì, ma non sono più in uniforme o armati, come accadeva prima.

Quali sono le sue relazioni con gli Stati Uniti? Conta di far visita a Washington?

Un incontro con il presidente Usa, George W. Bush, non è in programma. Ho intenzione di andare a New York a far visita all'Assemblea generale dell'Onu. Quando ero solo un membro del parlamento, gli Americani non mi hanno lasciato entrare nel loro paese. Ma i capi di stato non hanno bisogno di visto per andare all'Onu a New York.

Alcune settimane fa lei ha riportato la frattura del naso giocando a pallone. Sta giocando meno?

Il mio naso sembra ancora storto? Gli sport sono sempre stati il mio piacere maggiore. Non fumo, praticamente non bevo alcol e solo di rado ballo, anche se in passato ho suonato la tromba. Gli sport mi hanno aiutato ad entrare nel palazzo presidenziale. Il mio primo incarico nel sindacato fu segretario allo sport. Sono anche stato presidente di un club calcistico quando avevo 13 anni.

Perché non porta la cravatta?

Non porto mai la cravatta volontariamente, anche se fui costretto a farlo per alcune foto fatte in gioventù e per eventi ufficiali a scuola. Ero solito avvolgere la cravatta in un giornale e ogni qualvolta la maestra controllasse immediatamente la mettevo. Non ci sono abituato, e la maggior parte dei Boliviani non porta la cravatta.

Signor presidente, grazie per aver parlato con noi.
 
28 Settembre 2006

L'Islam spiegato a Ratzinger

Fonte: Diario
Autore: Juan Cole*

Il discorso di papa Benedetto XVI all'Università di Ratisbona, a proposito di islam e jihad, ha provocato una polemica infuocata. Il discorso è molto più complesso e sottile di come la stampa lo ha riportato. Permettemi però di segnalare soltanto la cosa più preoccupante di tutte, e cioé che il papa ha commesso degli errori di fatto sull'islam.
Afferma che il testo citato, la polemica contro l'islam dell'imperatore bizantino, cita il Corano 2.256 “nessuna costrizione nelle cose di fede”. Benedetto sostiene che questo è un verso del primo periodo, quando Maometto era senza potere. La sua considerazione è scorretta. La sura 2 è una sura della Medina, rivelata quando Maometto era già stato nominato capo della città di Yathrb (conosciuta dopo come Medina o “la città” del Profeta). (nel suo discorso a Ratisbona il papa dice “è una delle sure del periodo iniziale, dicono gli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e mincacciato” n.d.r.).
il papa immagina che il giovane Maometto alla Mecca prima del 622 (non avendo potere) concedesse libertà di coscienza e che soltanto dopo abbia ordinato che la sua religione dovesse essere diffusa attraverso la spada. Ma siccome la sura 2 risale al periodo della Medina, quando Maometto aveva già preso il potere, questa teoria fa acqua.
Di fatto il Corano, in nessun punto esorta a imporre la fede religiosa con la forza. Ecco cosa dice a proposito delle religioni, nella sura 2:62: “quelli che credono (nel Corano n.d.r.), quelli che sono Yahud (ebrei, n.d.r.), Nasara (cristiani, nd.r.), Sabei (antico popolo della penisola araba, n.d.r.), quelli che sono fedeli al dio e sperano nel giorno finale, quelli che praticano il bene.. ecco, avranno il premio del Signore: non ci sarà per loro timore né tristezza”.
L'idea della guerra santa o del jihad (che ha a che fare con le difese delle comunità o al massimo con l'introduzione della legge dei musulmani, non con l'imposizione forzosa della fede agli individui) non è neanche una dottrina coranica. Venne elaborata molto dopo, alla frontiera omayyade-bizantina, quando il profeta era morto da lungo tempo. Infatti, nel primo islam era difficile convertirsi, e i cristiani che chiedevano di diventare musulmani venivano respinti. Notoriamente il tiranno dell'Iraq al Hajjaj respingeva gli aspiranti musulmani perché dai non musulmani prendeva tasse più alte. Gli arabi musulmani conquistarono l'Iraq, che era in larga parte pagano, zoroastriano, cristiano ed ebreo. Ma non stavano andando in cerca di convertiti e non stavano tentando di imporre la loro fede.
Il papa tentava di sostenere che la coercizione della coscienza è incompatibile con fede genuina e ragionata. Ha usato l'islam come il simbolo della richiesta coercitiva di una fede irragionevole. Ma è stato fuorviato dalla polemica medioevale da cui è partito. In realtà il Corano esorta alla fede ragionata e proibisce la coercizione religiosa. L'unica violenza incoraggiata dal Corano è l'autodifesa della comunità musulmana contro i tentativi dei pagani della Mecca di spazzarla via.
Il Papa sostiene che nell'islam Dio è così trascendente che è oltre la ragione e perciò non è tenuto ad agire ragionevolmente. Contrappone questa concezione a quella del Dio di Giovanni, dove Dio è Logos, la Ragione intima dell'universo. Ma ci sono state molte scuole di teologia e filosofia islamica. La scuola mutalizia, per esempio, ha sviluppato ciò che il papa va dicendo, ossia che Dio deve agire in conformità alla ragione e al buono così come gli esseri umani li conoscono. L'approccio mutazilita è ancora popolare tra gli zaiditi e gli sciiti seguaci del dodicesimo imam iracheni e iraniani. La scuola di Ashari, invece sosteneva che Dio fosse oltre la ragione umana e perciò non potesse essere giudicato razionalmente (penso che il papa, all'interno della cristianità, potrebbe scoprire che Tertulliano e forse anche Calvino sono più vicini di lui a questa concezione). Il Corano fa costantemente appello alla ragione per la conoscenza di Dio e per la confutazione dell'idolatria ed del paganesimo, e chiede: “Non ragioni?”; “Non comprendi?”. Naturalmente, il cristianesimo stesso ha una storia lunga di imposizione della fede a partire dai pagani del tardo impero romano, che sono stati convertiti con la forza. Poi ci furono le crociate.
Un'atra ironia è che la razionale scolastica cristiana ha un importante retaggio nell'islam stesso. Nel decimo secolo c'era poco scolasticismo nella teologia cristiana. L'influenza dei pensatori musulmani quali Averroè (Ibn Rushd) e Avicenna (Ibn Sina) diede una nuova enfasi all'uso di Aristotele e Platone nella teologia cristiana. Ci fu un momento in cui i teologi cristiani parigini si divisero tra i sostenitori di Averroè o di Avicenna, scatenando vigorose polemiche gli uni contro gli altri.
Per concludere, che dire di quell'imperatore bizantino che il papa ha citato, Manuele II? I bizantini erano stati indeboliti dai saccheggi dei latini durante la quarta crociata. Quindi in un certo senso era stata Roma la prima ad aver cercato la coercizione. E Manuele II concluse i suoi giorni come un vassallo dell'impero ottomano.
Il papa ha avuto torto nei fatti. Dovrebbe chiedere scusa ai musulmani e prendersi consiglieri migliori sui rapporti cristiano-musulmani

*(tratto da www.juancole.com Juan Cole è uno storico dell'Università del Michigan, esperto di Medio Oriente e Islam. Il suo blog, Informed comment, è una preziosa fonte di informazione approfondita e ragionata su quello che avviene in Iraq e nel mondo islamico)
 
27 Settembre 2006

Quanta chimica sulle nostre tavole!

Fonte: Critica Mente

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Non c'è dieta che tenga: il menù è all'insegna della chimica, anche sulle nostre tavole. Dai prodotti caseari, al pesce, al pane, all'olio di oliva fino alla tradizionale lasagna. E' un allarme alimentare che attraversa tutti i confini europei, frutto di dieci anni di ricerche condotte dal Wwf, di cui si sono fatti portavoce anche diversi europarlamentari in apposito spot. Il nuovo dossier, realizzato in vista del voto finale sul Reach, il regolamento Ue contro l'inquinamento chimico, ha rilevato 119 sostanze tossiche nei 27 campioni di alimenti di largo consumo presi in esame in sette paesi europei.

Secondo il rapporto, quindi, la principale via di esposizione alla maggior parte delle sostanze chimiche, in particolare quelle persistenti e bioaccumulabili (come il DDT e i PCB banditi da decenni) è l'alimentazione. La «catena di contaminazione è un percorso complesso che i composti chimici compiono intorno al mondo dai produttori ai prodotti di consumo, alla fauna selvatica fino agli esseri umani. Sono presenti nelle case, nei luoghi di lavoro e anche a tavola.

I CIBI ESAMINATI IN SETTE PAESI

I 27 campioni di alimenti, provenienti da Gran Bretagna, Polonia, Svezia, Italia, Spagna, Grecia e Finlandia, appartengono a categorie molto diverse l'una dall'altra e di largo consumo come prodotti caseari (latte, burro e formaggio), carne (salsicce, petti di pollo, salame, bacon), pesce (salmone, tonno, aringhe) e ancora pane, olio d'oliva, miele, succo d'arancia.

«Nessuno dei prodotti, tutti comprati in supermercati e di marche comuni - afferma il Wwf - è risultato esente da tracce di sostanze chimiche, al contrario in tutti sono stati rinvenuti, in varia misura e secondo miscele differenti, i 119 composti tossici presi in esame». Sono stati rintracciati inquinanti vecchi e nuovi, come ftalati nell'olio d'oliva, nei formaggi e nella carne, pesticidi organoclorurati, come il DDT, nel pesce nel burro, nella carne di renna, muschi artificiali e organostannici nel pesce, ritardanti di fiamma ancora nella carne e nel pesce.

PESTICIDI NELLE LASAGNE

Con la collaborazione del Prof. Focardi dell' Università di Siena sono state effettuati test su campioni di lasagna, acquistate nei supermercati di quattro città italiane e sono stati rintracciati più di 40 pesticidi, tra cui il DDT. «I livelli di contaminanti rilevati negli alimenti analizzati non sono in grado di causare conseguenze dirette o immediate sulla salute (i consumatori non devono allarmarsi o evitare questi cibi), ma deve essere seriamente valutato l'effetto di un'esposizione cronica, anche a basse dosi - prosegue il Wwf - di un cocktail di contaminanti attraverso la dieta, soprattutto nel feto in via di sviluppo, nei neonati e nei bambini».

«SERVE UNA NUOVA NORMATIVA»

«Neanche la dieta più salutare ci mette al riparo dagli inquinanti chimici tossici - commenta Michele Candotti, Segretario generale del Wwf Italia -. Per questo noi crediamo che le sostanze chimiche debbano essere sottoposte a una normativa più efficace. Siamo alla vigilia del voto su Reach, lo strumento dell'Ue per la regolamentazione delle sostanze chimiche«. Il Wwf »chiede ai parlamentari europei che siano bandite le sostanze più pericolose e applicato il principio di sostituzione, siano fissati requisiti severi per i produttori al fine di garantire trasparenza di informazione su tali sostanze. È necessario, inoltre, che il consumatore sappia quali sostanze sono presenti nei prodotti di uso quotidiano».
 
26 Settembre 2006

UE e USA mettono la Palestina sotto assedio

Fonte: Unimondo
Autore: Medici Senza Frontiere

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L'organizzazione internazionale Medici Senza Frontiere (MSF) esprime la propria preoccupazione per il peggioramento dell'accesso alle cure mediche per la popolazione che vive nei Territori Occupati Palestinesi, particolarmente nel distretto di Hebron in Cisgiordania. "Da quando i principali donatori internazionali (in particolare gli Stati Uniti, l'Unione Europea, il Giappone e il Canada) hanno sospeso i finanziamenti all'Autorità Nazionale Palestinese, la situazione socio-economica nei territori è scesa a un livello di estrema precarietà. Conseguenza visibile del taglio ai finanziamenti al Ministero della Salute palestinese è una drammatica penuria di farmaci e materiale medico, nonostante le donazioni dirette compiute da differenti agenzie umanitarie" - denuncia MSF. La situazione è poi ulteriormente peggiorata da quando il personale del Ministero della Salute ha iniziato uno sciopero il 29 agosto: "Questa è un'altra conseguenza dei tagli al budget, poiché il personale da marzo non viene pagato, a eccezione di alcune remunerazioni parziali" - afferma MSF.

A Hebron, gli effetti dello sciopero sono particolarmente evidenti. Come altrove in Cisgiordania, sono garantiti solo i servizi d'emergenza per i casi più gravi – persino i reparti maternità sono chiusi – e i 112 centri di salute primaria del Ministero della Salute sono chiusi. A Hebron e a Nablus, tutte le farmacie del Ministero della Salute sono chiuse, sebbene forniscano alcuni farmaci d'emergenza come l'insulina. Di conseguenza, l'accesso che le persone hanno ai servizi sanitari e ai farmaci è stato drammaticamente ridotto. Sebbene le farmacie private siano aperte, i più poveri non possono permettersi di comprare i farmaci. MSF è preoccupata per le conseguenze generali sulla salute della popolazione se la situazione attuale dovesse continuare.

Le equipe di MSF hanno continuato a seguire attentamente la situazione e da aprile effettuano donazioni periodiche agli ospedali nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Ad agosto, in risposta all'esaurirsi delle scorte, MSF ha aperto un ambulatorio in Cisgiordania dove i pazienti poveri possono ricevere alcuni farmaci essenziali per gravi patologie croniche. A causa dello sciopero, questi pazienti non sono in grado di comprare i farmaci per curarsi e per questo MSF incrementerà la distribuzione dei farmaci per permettere ai pazienti di continuare le cure. Ancora una volta, MSF esprime la propria preoccupazione per le ripercussioni che la decisione politica di sospendere gli aiuti all'Autorità Nazionale Palestinese sta avendo su una popolazione che già soffre a causa della paralisi quasi totale della sua economia e delle restrizioni di movimento all'interno dei Territori.

MSF lavora nei Territori Occupati Palestinesi dal 1989 per rispondere alle conseguenze sanitarie del conflitto. A partire dal 2000, MSF ha concentrato la sua azione sull'assistenza psicologica, sostenuta da un sostegno medico e sociale per le famiglie vittime di traumi acuti e della mancanza di accesso alle cure mediche. Le equipe di MSF lavorano a Nablus, Hebron e Gaza.
 
25 Settembre 2006

Genesi della "Civiltà superiore"

Fonte: ComedonChisciotte
Autore: Sherif El Sebaie

Nel suo saggio, "Lo scontro delle Civiltà", Samuel Huntington fece un'affermazione che sono solito riportare ogni tanto sulle pagine di questo blog per rinfrescare la memoria di alcuni simpatici neoconservatori che passano da queste parti: «L'Occidente ha conquistato il mondo non per la superiorità delle proprie idee, dei propri valori o della propria religione, ma con l'applicazione sistematica della violenza organizzata. Se gli Occidentali spesso si dimenticano di questo fatto, i non Occidentali non lo dimenticano mai». E' una citazione che mi piace moltissimo poiché sintetizza quello che io stesso affermo ogni volta che mi si presenta l'opportunità: «l'unica faccia di superiorità che l'Occidente ha saputo mostrare fino al 1900 (e non solo) era quella delle armi: i cannoni francesi contro le spade mamelucche, gli archibugi spagnoli contro le frecce degli Aztechi, la polvere da sparo contro le lancie dei Bantù. Ed è grazie a questa superiorità - esclusivamente militare - che l'Occidente è riuscito a costruire la base di quella ricchezza di cui oggi si vanta».


L'Occidente tende a cancellare completamente dalla propria memoria storica fatti e episodi imbarazzanti. Non ha mai colpe, non ha mai responsabilità, insomma: non c'entra mai. Il colonialismo? Acqua passata, tipo quella che ha bagnato le mani di Ponzio Pilato. Rimane quindi un mistero irrisolto: come è che i paesi più ricchi di oggi coincidono con quelli che sono stati dei colonizzatori in passato, mentre quelli più poveri di oggi coincidono con quelli che sono stati colonizzati? Già, ancora una volta la colpa è loro, sono inferiori, incapaci: l'Occidente ha lasciato la sua impronta, ha lasciato il seme che quei barbari non sono riusciti a conservare e a sviluppare. Tipo? Qualche costruzione coloniale, installazioni militari e un pò di strade e di ponti che servivano al trasporto delle materie prime saccheggiate. Questa è sostanzialmente, l'eredità dell'Occidente colonialista nei terreni colonizzati: il Nulla, ed è proprio da quel terreno che fioriscono le favolette sull'Occidente superiore circondato da popoli retrogradi, da culture arretrate, Civiltà inesistenti. Il Nulla e l'inferiorità che l'Occidente vede attorno a sé altro non sono, in realtà, che una proiezione verso l'esterno di quegli aspetti che esso stesso - e nessun altro - vede dentro di sé.


L'Occidente si è dimenticato dei preziosi beni caricati sulle navi di Colombo, quei beni che sarebbero poi stati dati agli indigeni in cambio della loro terra, delle loro richezze, dei loro monili in oro: sacchi di palline di vetro, specchietti, aghi, campanelli e berretti rossi. Ed è stato pure gentile, Colombo: i mitici conquistatori del Far West regalavano ai Pelle-rossa alcolici e coperte infette di vaiolo, per farli fuori il prima possibile, senza spercare pallottole. Ed è in nome di queste gentili concessioni, che gli schiavi africani dovranno in seguito lavorare nei campi di cotone oppure scavare nelle miniere. In Sud Africa, dopo una giornata di lavoro nelle miniere di diamanti, gli schiavi erano pure costretti ad indossare dei guanti da boxe, incantenati a mò di manette: per non "rubare" le pietre che estraevano dalla propria terra. E sempre in nome di queste gentili concessioni, dovevano comprare i prodotti finiti, al prezzo stabilito dall'Occidente. Non è forse questo oro, questo cotone, queste pietre, questi soldi la base della ricchezza occidentale?


La Compagnia delle Indie orientali, che agiva per conto delle autorità britanniche, smerciava persino l'oppio, in Cina. Quando il commissario imperiale Lin Zexu, affrontò con determinazione quella nuova piaga sociale nel 1839 bruciando ventimila casse d’oppio appartenenti ai mercanti inglesi e americani, i britannici attaccarono il paese e lo obbligarono a sottoscrivere un accordo vergognoso, quello di Nanchino: fu imposto il libero accesso dell’oppio e degli altri loro prodotti nelle province meridionali con basse tariffe doganali, l’apertura di alcuni porti in cui gli inglesi godevano della clausola di extraterritorialità, la cessione della città di Hong Kong all’impero inglese. Uno schema che non ha nulla da invidiare al regime delle capitolazioni, a cui fu costretto l'Impero Ottomano.

Sempre per rinfrescare la memoria dei nostri amici neoconservatori, ricordiamo i benefici di cui godevano gli immigrati italiani in Egitto: esenzione dalle tasse, domicilio inviolabile persino dalle autorità, corti consolari che giudicavano in base alla legge italiana e non quella egiziana, e addirittura dei quartieri propri, al di là dei quali c'erano le "Arab Town": i cittadini del paese che vengono confinati in riserve, come lo sono ancora oggi i Pelle-Rossa americani.
Ma la Civiltà Superiore della Rapina Organizzata non è ancora sazia: invade l'Iraq e lo distrugge per ricostruirlo. Ovviamente dopo aver avuto sufficienti garanzie sulla completa assenza di un arsenale in grado di contrastare l'avanzata dell'esercito americano. Frutti immediati: 4.7 miliardi di dollari il valore globale dei contratti firmati con la ditta Halliburton, società di cui il Vice presidente Cheney è stato amministratore delegato e di cui tuttora detiene un cospicuo numero di azioni. 15 milioni di dollari valore del contratto con una ditta Usa per costruire una fabbrica di cemento, mentre per una ditta irachena sarebbero bastati 80.000 dollari. Poi arriva il turno del Libano, e l'Occidente assiste silente alla sua distruzione, quindi si appella al disarmo, ma solo di una delle due parti in conflitto. Finita la guerra, si corre pure lì per "ricostruire il paese", ovviamente non prima di aver fatto bella figura davanti alle telecamere in quanto generosi donatori di qualche milione di euro di beneficienza. Nel loro piccolo anche le mafie italiane ci provano, a strappare qualche contratto a destra e a manca. E se non ci riescono si accontentano volentieri del lavoro gratuito dei clandestini che raccolgono pomodori e poi scompaiono, o dei lavoratori edili che periscono sotto i ponteggi traballanti, i veri "schiavi moderni".


Ecco, dopo tutto questo, qualcuno ha pure la faccia tosta di dirsi superiore e di rinfacciare ai paesi del "terzo mondo" la loro "arretratezza". Qualcuno non si vergogna di sottolineare il proprio "progresso" scientifico e tecnologico, le mirabili invenzioni sviluppate, mentre in quei paesi la povertà e la miseria producono estremismo e fanatismo. Oppure, ancora più patetico, qualcuno si solleva indignato se viene a sapere che un immigrato ha avuto accesso ad un beneficio o a un servizio pubblico, tipo una casa popolare. Vergogna! Sacrilegio! Ha osato riprendersi una minima parte di ciò di cui è stato derubato, tra l'altro con il proprio lavoro e tasse, facendo le file e compilando moduli, senza nemmeno sognarsi di chiedere le cose allucinanti che gli europei imponevano in passato (esenzioni, favori, pizzi e altre belle cose).

Certo, direte voi, è anche un po' colpa dei governanti corrotti e aggrappati al potere nei paesi di origine. Ma la loro colpa non è di oggi, essa risale a secoli fa: se solo avessero investito nelle armi da fuoco quando era il momento di farlo! Se solo avessero a disposizione cannoni e fucili al posto delle lancie e delle armi bianche! Ah se fossero dotati di tutte quelle invenzioni superiori, tipo i missili teleguidati, le cluster bombs, gli aerei supersonici e magari qualche bombetta atomica nell'arsenale per spaventare e ricattare il resto del mondo. Forse non si sarebbero ampiamente meritati oggi la qualifica di "Civiltà Superiori"?
 
24 Settembre 2006

Eutanasia, la morte voluta

Fonte: Altre Notizie
Autore: Sara Nicoli

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"Signor presidente, mi aiuti a morire; questo mio grido non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile per questo nostro Paese". Con la forza che gli resta, Piergiorgio Welby, co-Presidente dell'Associazione Luca Coscioni, malato di distrofia muscolare progressiva, ha registrato un video contenente una lettera aperta al Presidente della Repubblica. E' una supplica, non il testamento di un malato terminale che non ha più speranze e si augura solo di non svegliarsi la mattina: Welby chiede al Capo dello Stato di farsi promotore della riapertura del dibattito politico sull'eutanasia. "Perchè, signor presidente, io vorrei che anche ai cittadini italiani fosse data la stessa opportunità che è concessa ai cittadini svizzeri, belgi e olandesi; Montanelli mi capirebbe, se fossi in un altro Paese potrei sottrarmi a questo oltraggio estremo, ma sono italiano e qui non c'è pietà".

Piergiorgio Welby non ricorda con esattezza quando si è ammalato."Ricordare come tutto sia iniziato non è facile - racconta - perché la memoria non è accumulazione, ma selezione e catalogazione. Forse fu una caduta immotivata o il bicchiere, troppo spesso sfuggito di mano etc. ma quello che nessun distrofico può scordare è il giorno in cui il medico, dopo la biopsia muscolare e l'elettromiografia, ti comunica la diagnosi: Distrofia Muscolare Progressiva. Questa è una delle patologie più crudeli; pur lasciando intatte le facoltà intellettive, costringe il malato a confrontarsi con tutti gli handicap conosciuti: da claudicante a paraplegico, da paraplegico a tetraplegico; poi arriva l'insufficienza respiratoria e la tracheotomia. Il cuore, di solito, non viene colpito e l'esito infausto, come dicono i medici, si ha per i decubiti o per una polmonite".

Cronaca asciutta di un percorso che Welby ha però voluto spiegare a Napolitano con altre parole, quelle dei suoi sentimenti e dello stato d'animo che accompagna le sue giornate, punteggiate dai ricordi e dalle sensazioni di un tempo. "Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso,la passeggiata notturna con un amico. Io non sono né un malinconico, né un maniaco depresso...morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita...è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio...è lì, squadernato davanti ai medici, assistenti, parenti. No, non sto invocando per me una morte dignitosa. No, non si tratta di questo. E non parlo solo della mia, di morte. La morte non può essere "dignitosa"; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita". Sgombriamo, dunque, il campo dagli eufemismi. L'eutanasia non è solo una questione di dignità. In certi casi è una morte opportuna. Per chi, come Welby, coglie la concretezza del problema sulla propria pelle, non ci si trova in presenza di uno scontro tra chi è a favore della vita e chi è a favore della morte: "Tutti i malati vogliono guarire, non morire".

C'è infatti altro dietro alla pervicacia con cui, in Italia, si nega ad un malato terminale di porre dolcemente fine ai propri giorni senza lacerarsi l'anima assistendo inerme alla lenta - quanto talvolta dolorosa - dissoluzione di se stesso. Senza via d'uscita. E Welby chiama in causa senza sconti il primo attore di questa medioevale chiusura al confronto che rende oggi, in questo paese, impossibile un dibattito politico, laico e sereno, sul tema eutanasia: il Papa e le sue milizie parlamentari. Ma ad un malato terminale come Welby, quei muri di omertà eretti nel nome dell' inviolabilità della vita umana, dal concepimento fino al suo termine naturale, non possono che apparire per quello che realmente sono; strumentalizzazioni politiche finalizzate all'asservimento dello Stato laico a quello clericale. Infatti, nel video Welby si chiede, colpendo dritto negli occhi le ipocrisie cattoliche. "Ma che cosa c'è di naturale in una sala di rianimazione? Che cosa c'è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c'è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l'aria nei polmoni? Che cosa c'è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l'ausilio di respiratori artificiali? Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente biologica, io credo che questa sua volontà debba essere rispettata ed accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico". Non di quello cattolico, a quanto sembra.


Inutile sperare che questo struggente appello a Napolitano possa trovare sponda. E' noto al Quirinale, quanto a noi, che le attuali condizioni politiche non consentono in alcun modo l'apertura di un dibattito politico ampio su un tema così forte da risultare lacerante per il tessuto connettivo del Paese più di altre questioni, come l'aborto o la procreazione assistita. La compagine cattolica, presente in modo trasversale in parlamento, ha alzato gli scudi già all'inizio della legislatura, mettendo chiaramente sul piatto di una maggioranza claudicante i propri voti in cambio del blocco di qualsivoglia discussione sulle questioni etiche, intimamente legate, in questa fase, alla revisione della legge 40: il Papa, da Oltretevere, non poteva chiedere di meglio.

Ci toccherà, quindi, raccontare ancora di giovani, come Piergiorgio Welby, che dopo la condanna a morte di una malattia atroce, hanno sperato che la ricerca li potesse salvare. "Per anni e anni ho sperato che la ricerca scientifica trovasse un rimedio - ricorda ormai con un filo di voce - ma oggi, che le prospettive di una cura, grazie agli studi sulle cellule staminali, sia adulte che embrionali, potrebbero trasformarsi da speranza in realtà, sempre più ostacoli si frappongono sul cammino di una ricerca libera. Questa malattia non è una maledizione biblica, è una malattia genetica che può essere sconfitta grazie alla diagnosi prenatale: i villi coriali, l'amniocentesi e soprattutto la diagnosi preimpianto...". E chissà quant'altro ancora.

In Italia ci sono oggi circa 2.000 bambini con distrofia muscolare Duchenne (i dati sono dell'Istituto Superiore di Sanità ndr). L'incidenza della distrofia miotonica, la più comune distrofia muscolare dell'adulto, è di approssimativamente 135 casi ogni milione di nascite (maschi o femmine). L'incidenza della distrofia dei cingoli è di circa 65 casi per milione di nascite e quella della distrofia facioscapolomerale è ancora inferiore. Considerando insieme tutte le principali malattie neuromuscolari ereditarie, verosimilmente ne risultano colpiti in Italia circa 30 persone ogni 100.000 abitanti, ossia oltre 17.000 persone. "Se delle dispute capziose, spesso, ideologiche - conclude Welby - dovessero ritardare la scoperta di una cura e condannare anche un solo bambino a vivere il dramma che io ho vissuto e sto vivendo...beh, pensateci! ..". Giorgio Napolitano senza dubbio, ci penserà.
Il Papa, che non ha mai dubbi, ha altro da fare.
 
23 Settembre 2006

L'ONU in ostaggio, ma per quanto?

Fonte: Cani Sciolti
Autore: Gennaro Carotenuto

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"Dovunque io volga lo sguardo vedo estremisti" ha affermato George Bush nel suo discorso davanti all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ha scelto proprio questa raggelante espressione, che la dice lunga sulle paure di chi, per continuare ad imporre la supremazia statunitense sul pianeta (come scritto dagli ideologi neoconservatori nel "Progetto per il nuovo secolo americano") ha imposto al pianeta stesso la guerra al terrore, e si rifiuta di vedere come il dolore generi più odio.

Ma se è il reazionario fanatico iraniano Mahmoud Ahmedinejad ad andare a Nuova York a dire che il Consiglio di Sicurezza dell'ONU non rappresenta più nessuno, allora vuol dire che tutti quelli che fanno finta di non sentirlo sono più reazionari e fanatici di lui.

Può nel 2006 il Consiglio di Sicurezza dare il diritto di veto alla Gran Bretagna e non all'India, alla Francia e non al Brasile, ammesso e non concesso che il diritto di veto non sia comunque una zavorra intollerabile?

Hugo Chávez, per scaldare la platea, ha iniziato il suo discorso con una battuta. Ha detto che in quell'aula dopo il discorso di George Bush si sentiva odore di zolfo. I presenti hanno riso, applaudito, poi Chávez ha argomentato seriamente per tutto il tempo che aveva. Per esempio ha invitato gli statunitensi a leggere Noam Chomsky. Poi ha citato lo stesso George Bush con quel suo terrificante "dovunque io volga lo sguardo vedo estremisti" (chissà perché glissato dalla stampa internazionale) ed ha argomentato, ha denunciato, ha proposto. I giornali del nord hanno edulcorato, minimizzato, ridicolizzato: "Quel buffone di Chávez va all'ONU a dire che Bush è il diavolo". Null'altro.

Evo Morales, il grande lottatore sociale che coniuga il rispetto per la terra proprio della cultura nativa, con la prassi di mastino sindacale in un paese, la Bolivia, dove la classe operaia ha tradizioni sindacali gloriose e rivoluzionarie, con la modernità della democrazia partecipativa, ha fatto un intero discorso, applauditissimo da tutti i paesi del Sud. Ha parlato di ecologia, di beni comuni, di riforma agraria. Niente è rimasto nelle testoline della grande stampa internazionale.

Poi Evo ha tirato fuori una foglia di Coca, ed ha ricordato all'assemblea la vera persecuzione che stanno subendo da decenni i coltivatori di una pianta benefica con 5000 anni di storia, a causa di un'abitudine distorta di pochi milioni di persone concentrati in pochi paesi ricchi. Orrore, per i quotidiani del nord, il folcloristico presidente boliviano, così troglodita da non mettere neanche la cravatta, ha sfidato il mondo portando la malefica pianta della cocaina nelle sacre stanze delle Nazioni Unite.

Nestor Kirchner, così peronista da odorare di zolfo da lontanissimo, ha ricordato come il proprio paese sta registrando una crescita ininterrotta dell'economia, una diminuzione della povertà e la risurrezione dell'industria locale, solo da quando l'Argentina ha chiuso la porta in faccia al Fondo Monetario Internazionale.
Ha detto cose banali Nestor Kirchner. Per esempio ha detto che uno sviluppo senza redistribuzione non è sviluppo. E' stato accolto dal silenzio gelido e i quotidiani internazionali non hanno neanche registrato un intervento di altissimo spessore. Almeno Evo e Hugo, pur nel puerile tentativo di ridicolizzarli, sono riusciti, con la battuta sullo zolfo e con la foglia di coca, a farsi citare. Don Nestor non ci è riuscito.

La LXI assemblea generale delle Nazioni Unite chiude i battenti e tra un anno ci ritroveremo allo stesso punto di partenza. Come ha argomentato Hugo Chávez, l'Assemblea non ha alcun potere e il consiglio di sicurezza è imprigionato dai possessori del diritto di veto. Quel diritto di veto, che continua a fotografare il mondo in bianco e nero al 1945, odora davvero di zolfo e incatena l'ONU e sei miliardi di persone, ai voleri di John Bolton, il falco estremista ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite e di pochi paesi ricchi. Gli altri non contano nulla. Fino a quando?
 
22 Settembre 2006

Afghanistan: vittime civili travestite da talebani

Fucili gettati accanto alle vittime civili, uccise da enormi bombe indiscriminate, per camuffare questi danni collaterali e presentarli all'occidente come Talebani. Fonti militari rivelano i retroscena della missione Nato in Afghanistan.

Fonte: PeaceReporter
Autore: Enrico Piovesana

© peacereporter

Le forze Nato della missione Isaf che combattono nel sud dell’Afghanistan spacciano per combattenti talebani le vittime civili dei bombardamenti. Lo ha rivelato a PeaceReporter una fonte militare affidabile e ben informata che ha chiesto di rimanere anonima.

Fucili messi accanto ai cadaveri per farli apparire come “talebani”. “L’aviazione bombarda i villaggi in cui si pensa vi siano dei talebani. Vengono sganciati ordigni da 500 libbre, che non distinguono certo tra combattenti e civili. Dopo il raid aereo, intervengono sul posto le forze speciali per rastrellare il villaggio, neutralizzare eventuali combattenti superstiti e quindi verificare il risultato dell’attacco per fare poi rapporto al comando. Queste pattuglie si portano sempre dietro una bella scorta di kalashnikov sequestrati in altre occasioni e li depongono accanto ai civili. Scattano una bella foto ed ecco che quei morti, nel rapporto, diventano talebani. Il sistema lo hanno inventato gli statunitensi, stanchi di vedersi messi sotto accusa per i “danni collaterali”: con queste messe in scena e con le prove fotografiche sanno di poter farla franca di fronte a chiunque li accusi. Ma adesso hanno imparato a fare lo stesso anche i britannici e i canadesi. Tale pratica si sta però rivelando strategicamente controproducente perché la popolazione locale, che in passato non appoggiava minimamente i talebani, preferisce andare a combattere con loro per vendetta o semplicemente perché, se vengono ammazzati lo stesso, tanto vale morire in battaglia. E’ una condotta idiota, che sta facendo innervosire molti negli ambienti militari Nato, dove tutti sanno queste cose. Ma non vi aspettate che qualcuno ve lo confermi: nessuno vuole perdere il posto!”.

“Così si rischia una rivolta generale come al tempo dei sovietici”. Qualcuno che confermasse questa incredibile storia l’abbiamo trovato: un altro militare, in servizio a Kabul. Ma anche lui ha chiesto di non rivelare il suo nome.
“Qui lo sanno tutti quello che succede”, spiega la fonte. “Non è un segreto per nessuno. Quando leggete sui giornali ‘Uccisi 50 talebani qui, 90 talebani là’, in realtà si tratta sempre di civili spacciati per talebani con il giochino dei fucili buttati vicino ai cadaveri. E’ una cosa che rivolta lo stomaco. Ma nessuno per ora ha il coraggio di denunciarlo. Per paura di ritorsioni, ma anche perché non verrebbe creduto: le foto sono una prova, costruita, ma sono una prova. Qualcuno però dice che, prima o poi, qualcosa salterà fuori, qualcuno denuncerà questi fatti ufficialmente. Se non altro per evitare che la situazione in Afghanistan precipiti, diventando un’insurrezione generale come al tempo dell’occupazione sovietica. Questo non converrebbe a nessuno”.

I racconti di testimoni e sopravvissuti. Il 13 settembre, il comando Isaf dichiara di aver eliminato 510 talebani solo nelle ultime due settimane di combattimenti. Fonti locali riferiscono che tra la gente circola invece la cifra di 100 talebani e 500 civili uccisi nello stesso lasso di tempo. Cifre raccolte dai racconti degli oltre 85 mila civili fuggiti dalla zona dei combattimenti e accampatisi alla periferia di Kandahar e Lashkargah, senza la minima assistenza umanitaria da parte del governo, che non ha fornito loro nemmeno delle tende.
Mohammad Giran, un abitante di Panjwayi, ha dichiarato: “La Nato bombarda senza sosta, di giorno e di notte. Per ogni talebano ucciso, almeno tre civili perdono la vita sotto le bombe. Negli ultimi quattro giorni ho perso dieci parenti. Sparano su tutti, senza stare a guardare se sono civili o talebani”.
Haji Khudai Nazar, residente di Nawzad, provincia di Helmand, dice di aver perso 4 familiari in un bombardamento e di volerli vendicare: “Da oggi in poi non farò altro che combattere le truppe straniere e il governo che consente loro di bombardare i nostri villaggi, distruggere le nostre case e uccidere la nostra gente”.

Secondo Usa e Nato, 1.650 “talebani” uccisi in 4 mesi. Quattro mesi fa le forze della Coalizione hanno sferrato nel sud dell’Afghanistan la più grande offensiva militare contro i talebani dal 2001. Undicimila soldati statunitensi, britannici, canadesi e afgani hanno lanciato l’operazione “Mountain Thrust” (Avanzata di Montagna) contro le roccaforti talebane nelle province meridionali di Kandahar, Helmand, Uruzgan e Zabul. Dopo il 31 luglio – data in cui la missione Nato Isaf, alla quale partecipa l’Italia, ha ufficialmente assunto il comando delle operazioni sul fronte afgano meridionale, prima in carico alla missione Usa “Enduring Freedom” – l’offensiva è proseguita, ma con un nome diverso: operazione “Medusa”.
Secondo i comandi militari alleati, oltre 1.650 combattenti talebani sono stati uccisi finora, nel corso di queste due operazioni. Delle vittime civili uccisi non c’è traccia nei bollettini dei comandi militari alleati, che parlano ogni giorno di decine di morti, tutti “talebani”.

Versioni discordanti e dichiarazioni sibilline. Spesso, però, è successo che fonti locali indipendenti abbiano confutato la versione dei fatti fornita dalla Nato (vedi sotto).
Versioni discordanti che fanno sorgere legittimi dubbi sulle verità ufficiali dei comandi della missione Isaf e confermano quanto rivelatoci dalle nostre fonti.
Soprattutto se considerate alla luce delle sibilline dichiarazioni del generale Fabio Mini, ex-comandante della missione Nato in Kosovo, “Kfor”, che su La Repubblica del 10 settembre ha scritto: “La legalità dell’intervento (della Nato in Afghanistan), più che nelle risoluzioni o nella forza delle armi, sta nella capacita di affibbiare ai morti il titolo di Taliban, a prescindere dall’etnia, dal sesso e dall’età”.
 
21 Settembre 2006

Tornato..

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